dall’introduzione di Antonio Bux
[…] E le orazioni, i riti brevi di queste poesie sono dedicate ai morti, e Galloni scava in loro quasi chirurgicamente, riesumando così quella sottile lastra che divide il visibile dall’invisibile, la vita dall’aldilà, con una sapienza stilistica che si staglia attraverso una metodologia impersonale, minimale, offrendo però al lettore un ossessivo, quanto puntuale rendiconto scabro, dissacrante sulla presenza dei morti che si cela soprattutto dietro una sublimazione quasi liturgica della vita stessa. E allora, sembra dirci il poeta, “in quale luce cadranno” i vivi che ostentano il buio dentro, e soprattutto i morti che del buio fanno la loro redenzione? Al futuro di questa poesia l’ardua sentenza.
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci
con una mano – e l’altra all’Invisibile.
Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro
le coordinate per un’altra vita.
Si parlava dei morti. Sulla tavola
i resti sparsi della cena – quelle
bistecche appena cotte. Il frigorifero
in dialogo amoroso con le stelle.
Nel sogno ci nascondevamo
in fondo alla navata di una chiesa. Insieme
cercavamo un accesso per la casa
dei morti.
Fuori tutto il mondo.
Lecito chiedersi come resuscitino
i morti e quale voce verrà data loro
in dono. E quale lingua e che corpo.
I morti hanno la febbre. Non è tempo.
Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,
che si perda tornando.
I morti seguono un apprendistato
severo. Per sei mesi sono semplici
ematomi; poi superfici lisce.
E se divengono quel che già sono
è solo merito loro (non scivolano).
I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.
Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcun serpente.
Senza serpenti o voci tentatrici
tra le fronde degli alberi –
poiché un albero, lì, è solo radici.
Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcuna regola.
Nessun frutto inviolabile o cancello
di uscita; ogni mattina
vi razzolano il cane con l’agnello.
da In che luce cadranno, RP Libri 2018
Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995 e prematuramente scomparso nel 2020. Ha studiato Lettere moderne all’Università La Sapienza. Ha pubblicato Slittamenti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una nota di Antonio Veneziani, “In che luce cadranno” (Rplibri, 2018), “L’estate del mondo” (Saya Editore, 2019) e pubblicato postumo “Bestiario dei giorni di festa” (Ensemble 2020).
Immagine in evidenza: Quadro dell’artista cinese Hu Huiming.Vedi recensione delle sue opere ne La Macchina Sognante n.14.


