Così come da una grande distanza quello che guardiamo ci appare sbiadito, senza distinzione delle parti più piccole, e come le voci diventano deboli, inarticolate: così ad una grande distanza di t**empo la nostra immaginazione di ciò che è stato si fa debole, perdiamo (ad esempio) delle città visitate molte strade caratteristiche, delle azioni compiute molte circostanze particolari. Questo senso della perdita, quando vorremmo esprimere la cosa stessa (voglio dire la fantasia stessa) la chiamiamo immaginazione, come già detto. Ma quando vorremmo esprimere la decadenza e significare che il senso indebolisce, è vecchio ed è passato, la chiamiamo memoria. Così immaginazione e memoria sono la stessa cosa.
Hobbes, Il Leviatano
I
Non quello che hanno costruito. E’ quello che hanno distrutto.
Non sono le case. Sono i vuoti fra le case.
Non le strade che esistono. Sono le strade che non esistono più.
Non ti perseguitano i ricordi.
Non quello che hai annotato.
E’ ciò che hai dimenticato, che devi dimenticare.
Che devi continuare a dimenticare per tutta la vita.
E con un po’ di fortuna l’oblìo scoprirà il suo rito.
Troverai che non sei solo nell’impresa.
Ieri anche i mobili sembravano rimproverarti.
Oggi prendi il tuo posto nel far la spola delle vedove.
II
L’autobus attende al cancello Sud
Per condurti nella città degli antenati
Che sta nella collina difronte, con luccicanti frontoni.
Vivida come questa piazza incantevole, dove abiti.
Ti vergogni? Dovresti. E’ quasi a un matrimonio
Il modo con cui stringi i fiori e dài un buffetto o
Assetti il tuo velo. Oh,
Le laide damigelle d’onore. E’ normale tu sia
Un po’ risentita in questo tuo primo giorno.
Ma vedrai che passerà, e il cimitero non è poi così lontano.
Ecco, l’autista getta nella cunetta lo stuzzicadenti.
La sua lingua fruga sempre fra i denti.
Ti guarda ma non si è accorto di te. Nessuno s’è accorto di te.
Passerà, signorina, passerà.
III
Com’è confortevole una due volte l’anno
Ritrovarsi e dimenticare i tempi passati
Come in questi giorni speciali, donne e uomini
Quando le camicie inamidate si radunano sulla fossa
E occhieggiando un giubbotto s’avvicina al leggìo.
E’ come un patto solenne fra i pochi rimasti.
Il Sindaco l’ha controfirmato a nome della Massoneria.
Il prete l’ha convalidato in rappresentanza del resto.
Poi più niente da dire, ed è meglio così.
IV
Meglio per la vedova che non dovrebbe vivere nel timore di sorprese
Meglio per il ragazzo che possa salire liberamente sulle poltrone
Meglio che quelle figure ricurve che s’agitano
Fra le tombe curando lumini, sostituendo crisantemi
Non siano spettri
Che rientrano a casa.
L’autobus è lì che aspetta e nelle terrazze più in alto
gli operai già smantellano le case dei morti.
V
Ma quando in tanti sono morti, in tanti e così velocemente
Non c’erano città che s’aspettassero quelle vittime.
Hanno svitato le targhette coi nomi dagli stipiti diroccati
E le hanno fissate sopra le bare.
Così hanno riempito le piazze e i parchi
Con l’eloquenza dei cimiteri appena costruiti:
L’odore di terra rimossa, le croci improvvisate
E tutte le direzioni consigliate in smalto ed ottone.
VI
Dr. Gliedschirm, specialista in malattie veneree
riceve dalle ore 14 alle 16, o su appuntamento.
Prof. Sargnagel, interrato assieme a quattro lauree
due volte membro onorario.
E indicazioni ai fornitori di passare per l’ingresso della servitù.
La tomba avvertiva che tuo zio viveva al terzo piano a sinistra.
A te era rivolta la preghiera di suonare e lui sarebbe sceso con l’ascensore
per il quale occorreva una chiave.
VII
Scenderebbe, sempre sarebbe disceso
con un sorriso come una minestrina, senza troppo da dire.
Come s’è raggrinzito col passare degli anni.
Come l’hai sovrastato nella gabbia stretta.
Come si raggrinzisce ora…
VIII
Ma va’, ci dev’essere un termine al lutto? E pure alla colpa?
Eppure pare che non ci sia un limite al rivangare.
Così che un uomo potrebbe dire e pensare:
Quando il mondo era nel suo punto più buio
Quando nere le ali sorvolavano i tetti
( E chi può dire per quali ragioni?) anche allora
C’era sempre, sempre c’era in questo focolare un fuoco.
La vedi questa credenza? Una botola segreta!
E in quel ripostiglio intere generazioni sono state
accomodate e nutrite.
Oh dovessi iniziare, se cominciassi a dirti la metà
un quarto, la benché minima parte di quello che abbiamo vissuto!
IX
Sua moglie annuisce, poi un segreto sorriso
Come un soffio che basterebbe a smuovere una foglia secca
da una lastra all’altra del pavimento
passa fra sedia e sedia.
Anche chi conduce l’inchiesta è ammaliato.
Dimentica il punto che voleva perseguire.
Non è quello che vuole sapere.
E’ quello che vuole non sapere.
Non è ciò che dicono.
E’ quello che non dicono.
traduzione Walter Valeri
Questi versi per gentile concessione dell’autore, sono apparsi per la prima volta in lingua italiana sulla rivista Il Taccuino di Cary, N1, aprile, 1985.
Per complete ed esaurienti informazioni bio-bibliografiche aggiornate su James Fenton si rimanda al sito www.jamesfenton.com/

