“Persona” dal vocabolario Treccani della lingua italiana è un “individuo della specie umana, senza distinzione di sesso, età, condizione sociale e simili, considerato sia come elemento a sé stante, sia come facente parte di un gruppo o di una collettività”.
Nessun altro titolo avrebbe potuto essere più adatto per questa raccolta poetica d’esordio nella quale Fausto Filograna interroga ognuno e, collettivamente, l’intera razza umana nello srotolarsi di testi che ci squarciano nel profondo e che si sedimentano nel lettore attraverso l’uso di un linguaggio pregno, a tratti quasi solido, ricco di immagini.
La raccolta si apre con la dedica “a tutti i medicanti” cioè a tutti noi, che ogni istante mendichiamo di conoscere il senso della vita, questuanti con l’anima nel cappello e il cappello sul pavimento di una strada, sulla riva di una spiaggia notturna o sulla pista di una discoteca. Dopo il naufragio delle ideologie del novecento seguito all’affondamento dei dogmi delle religioni e insoddisfatto del balbettare incompiuto della filosofia, l’autore ci rappresenta in questa scrittura sofferta, l’interrogativo ultimo sul senso vero della vita, che è pietra d’inciampo di ogni nostra azione e pulsione. Ci pone questa domanda assillante che diventa ossessiva e, alla fine, l’uomo si sfinisce come nuotatore solitario in un oceano immenso di cui non vede limiti.
La nostra volontà individuale e la morale sono insufficienti a rispondere sul perché continuare a vivere: per l’autore non resta che rimanere in “questa” vita che “è un fascio di responsabilità” accettandone la sofferenza incancellabile. Nelle note di chiusura della raccolta, Fausto Filograna dopo averci messo di fronte al nulla, alle contraddizioni, alla morte e al non senso, elabora una sua riflessione, uno spunto di approfondimento per noi tutti “mendicanti”: “Ho cercato il fondamento della vita nella volontà di vivere, ma la volontà passa, e rimane il non-senso. Penso di essere giunto a un punto di non ritorno, perché la morale non è risolutiva. Bisogna uscire dalla morale, fino a che, se si è obbiettivi, si giunge a un punto di totale arbitrato, a un punto senza spiegazioni, ingiustificabile, assurdo, che riguarda l’eterno, l’immodificabile. Questo perché la morale è limitata […]La moralità è condizionata dal desiderio, dal vivere comune, dall’avere uno scopo, un senso. Le cose immortali sono libere, perché insensate e arbitrarie. E bisogna tirarle fuori così, con naturalezza e senza spiegazioni. Qualunque discorso vitale a un certo punto deve tirar fuori le cose eterne, il tempo, le cose immutabili. Ma questa volta chiamiamole doveri”.
I
Eravamo a Gallipoli notte piena
eravamo pochi e bianchi faceva freddo
non ho voglia di mangiare questa notte
eravamo suicidi e battezzandi
attraverso la strada principale si arriva presto
fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare
la bionda seduta è vestita uguale all’altra
e ha gli occhi di un uomo morto
fermate la bionda non sopravvivrà
ha gli occhi di chi se lo prende il mare
un tizio con una torcia è messo a scacciarci
siamo troppi e puri come bestemmie
siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte
un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli
[ombrelloni e il mare.
Ricordo di spessore
Vita è violenza di immaginazione
o solo ricordo
e qui, sulla via del mare
solo una foto emerge tra i calcinacci. Le pietre
non scoprono gli occhi
e tutto è ciò che è solamente. Non qui
non qui si può volare dal mondo, non
qui riemergere o spirare, qui
sarebbe già troppo
immaginare.
Tutto questo spazio
non è che arbitraria voglia di danzare,
volare tra i crocicchi in assenza di peso
ma ci vogliono ali, ci vogliono gambe a danzare
e ci vogliono occhi, almeno
dotati di gambe; la luce
non è che luce, di stelle o vetrine
e una danza, in definitiva, non attraversa la strada:
puoi solo immaginare
ciò che vive in assenza, la danza di foglie
che non avviene
dalla schiera dei caseggiati
a quella di fronte. Qui
non emerge che una foto,
nella luce impossibile e forse
ricordo di stelle lontane. Le pietre
ne sconvolgono il volto, ne nascondono gli occhi
abbreviati e forse stesi
come guardare in alto l’uomo
che ti sotterra.
Così leggemmo scritto su una targa ciò che non ha occhi
non chiamarlo volto
è ciò che è solamente
come un’automobile che, spiegando le ali
non si riesce ad alzare.
Così gli occhi non sporgono a scostare le pietre
ciò che è è solamente
sotto le macerie appena la metà
e il resto
è solo ricordo
e voglia
di religione…
È solo violenza l’umano
prevaricazione o eccessivo sforzo,
in fin dei conti fraintendimento.
Colore sbiadito, o foglia
che si posa su un volto ghiacciato
senza per questo farne un albero.
Trasparenza in fin dei conti
senza corpo da trasparire
luce, ricordo travolto di luce
luce che non può nutrire, luce
soltanto. Miracolo
è la trasparenza. Le insegne religiose delle discoteche
ne diffondono le intermittenze
e tutto è ciò che è solamente
luce
e ricordo di spessore. Qualcosa
color ametista.
Pietà Signore, pietà.
Una città ci dev’essere, e questa
ha conosciuto le tenebre delle vetrine
il silenzio delle croci disabitate da anni e mai
rinfrescate da un corpo
e qui, definitivamente chiamate
strade.
III
Da una parte, lontano cade una chitarra e non fa rumore.
Questo è il momento di chiedersi
ci sarà pelle? Ci sarà
carne lungo tutte le strade le finestre
lungo tutti i nomi scritti sulle porte
ci sarà vita dentro? e ancora passando
con un soffio di vento per piedi ci sarà
vita dentro? e ancora ci sarà
vita dentro?
Dietro i muri intonacati non emerge spessore di muscoli
chitarre di cemento armato
girandole che conobbero il movimento
hangar che conobbero l’urlo delle catene.
Ricordo di piazze desolate, grandi bocche, quelli
furono i loro denti, le case
morte per fame, magre per attesa,
lampioni nella violenza dello spegnimento
furono i loro occhi
e tutto giace nella confusione della luce
e del buio e di ciò che si può solo vedere.
FATE PRESTO SI CHIUDE
Quando cadde quella colonna dicono i vecchi
terribile fu il rumore che fece
ma loro sono sordi
e nessuno sa più niente dell’udito.
Occhi furono tutto ciò
occhio fu Dio nei secoli dei secoli
ab aeternum ecco l’eternità
ciò che si può solo vedere
la perfezione al massimo riflessa
e mai grande abbiamo peccato
dicevano i vecchi
abbiamo peccato.
Pietà per il sole.
Un sole splendente come mille vetrine o stelle
ricordò la Verità
e la Verità era l’ombra per terra e la luce sui corpi
senza sole dicevano i vecchi
ci saremmo amati abbracciati confusi
senza mai vedere noi stessi
senza mai dunque dimenticarcene.
Su questa città, sole o non sole,
splendeva una luce
e gli anziani sbalorditi ai loro occhi
dimenticarono se stessi
vedendo la luce che li illuminava.
IV
Pietà, Signore, della luce.
Chiamarono giovinezza la luce più dolce
e vecchiaia quella più truce
Pietà, Signore, della luce.
Chiamarono muri le case
e pelle i fratelli
e presero le ombre per le persone che cominciavano dai
[loro piedi
Pietà, Signore, della luce.
I miei occhi Signore hanno visto la luce.
Per continuare a vedere
dimenticarono di mangiare.
V
Questa città non ha tendini
e si può solo immaginare
o ricordare
un po’ di pelle.
FATE PRESTO SI CHIUDE
un girovago Prometeo
senza scarpe
tira i calcinacci
senza coscienza, senza rumore
rotolano le pietre senza eco
senza verificabilità, mentre noi
così morti di vita
giungiamo verso il mare dalla strada
la stessa per andare e tornare
senza coscienza, e
si potrebbe dire dormendo –
ma non è così.
Fermate la bionda
non sopravviverà
Eravamo a Gallipoli notte piena
eravamo pochi e bianchi faceva freddo
non ho voglia di mangiare questa notte
eravamo suicidi e battezzandi
attraverso la strada principale si arriva presto
fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare
la bionda seduta è vestita uguale all’altra
e ha gli occhi di un uomo morto
fermate la bionda non sopravviverà
ha gli occhi di chi se lo prende il mare
un tizio con una torcia è messo lì a scacciarci
siamo troppi e puri come bestemmie
siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte
un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli
[ombrelloni e il mare.
Ti dedico la grandezza
che non ho. Quando il pensiero non vola, le parole
non sono una danza e tutto
sta in un riposo da nulla
nella notte che non è riposo dal giorno
né attesa ti penso, amore mio
e ti dedico il nulla. Il pensiero legge seduto
e mi inforca
come un paio di occhiali, vorrei
dirti l’amore che sento in questa paralisi
senza bocca seduto al balcone a questo paralitico
cenozoico
di albe ripetute a notti e notti.
Datti calma, fa’ silenzio, ascolta
un concerto di odori si espande
blu, verde, giallo
il canto dei colori – albeggia
tra i monti tra gli alberi – e fende lo sguardo
e l’immobilità. Dove tu sei
dove tu sei
un intrico di ruote si spagina
l’universo brancolando tenta nuovi
uguali cicli e l’alba
il sole in una distrazione di hangar
ci promette l’eterno. E noi?
Io tento una vita,
un nome a giorni innominabili
tento di alzarmi e di dire «…
…» vorrei
sorriso millenario rivolgerti mille parole
non c’è secolo per questo fastidio
né giorno che viene né notte che passa
c’è che a volte seduto al balcone mi sento fissare. Sento
l’enorme marchingegno guardarmi
non mutare mai da un tramonto
due cariatidi sembriamo, sprezzare il vento
la pioggia i fulmini, io con occhi
e tu no, mentre qualcosa dice
non finirà mai tutto ciò
finirà la carne
lo spirito
ma la volontà l’altezza io penso
a un risveglio, a un’alba
a un’aria freschissima e respiro l’immoto
svegliarsi delle cose e il mio
intentato, penso a un risveglio
a ipotesi e ipotetiche salvezze nell’alto
sospeso con uno sguardo a un balcone –
dalla bocca del mondo una lingua nel cielo –
è questo, mi chiedo? è questo il vento
della carne che soffia da dietro e mi spinge alle stelle?
Sentimi, amore che vai, pregherò
al Nord come l’ago di una bussola
con un corpo di albero sorriso dal vento
beato e immobile. È questo il nulla che sento
e mi ammala di me? miserere mei
me stesso, Fausto, miserere del nulla
del sonno, sogno
una luce impossibile rifarmi l’anima, fa luce
tra gli alberi, e una forza sovrumana
non sorge, Fausto, non è possibile
che la disperazione per noi. Sento un malessere
[sopra la pelle
uno sciame di strade che va perdendosi
e io mi chiedo dov’è dov’è, e mi risponde,
[l’impossibile stradario:
niente. Perché non più ritornare
non più ritornare è possibile – madre
da dove io uscii io torno. Nulla
sono, né sono stato né ho sperato di essere. Io penso
a un risveglio, all’infinito propagarsi dal balcone
gli alberi, al verde, senza muovermi dal mio balcone.
– Arri arri cavalluccio, un canto si propaga
e induce al sonno, all’eterno, e dormo,
nato mai nato, senza azioni e senza sonno dormendo.
[Io penso
a un risveglio, io penso
e mi dico: “senza azioni non esisti
Fausto, tu sei quello che fai” e intanto si sfa
[l’ambaradan
universale, mentre tutto ruota
il disastro. E penso al freddo su Plutone
all’invivibile vita di noi, alle risse
delle mosche, tutto
ridicolo.
L’umanità litigherà anche stanotte, io
sono solo un individuo
che un insetto verrà a visitare con sguardo umano. Vieni
gran madre e vattene, lasciami solo, che dica: io ho fatto
io sono. Intanto sogno inondazioni, precipitazioni
terremoti e morti e morti,
tutto sa di nuovo
la pioggia, dal mio balcone
il disastro, l’odore
il tabula rasa universale. Scivola vai via, lasciami
fare,
morire. È tempo,
sono grande.
Fausto Paolo Filograna nasce a Casarano in provincia di Lecce nel 1992. Si laurea in Lettere Antiche nel 2014 e in Filologia Classica nel 2017, con una tesi sul teatro. Si interessa di teatro, di cinema e di ogni arte. Studia drammaturgia, regia teatrale e pianoforte in conservatorio. Nel 2016 va in scena come regista e drammaturgo con Le Baccanti, ovvero Il processo, riscrittura a due delle Baccanti di Euripide. Si occupa di poesia, di teatro e di cultura, perché, come dice Artaud, «L’umanità ha fame».
Foto dell’autore, a cura di Fausto Paolo Filograna.
Immagine in evidenza: Foto a cura di Mujeres en travesìa scattate nel corso della mostra “Sotto le suole” progetto dell’artista Ximena Soza, nell’ambito di Imola in musica, tamburi africani a cura da Associazione Senegalesi Imola.



