Adorazione
Oggi ha piovuto tutto il giorno,
non ha smesso un solo attimo
i contorni di questa città svanivano ai miei occhi
ma le case a me vicine sembravano, alla mente, non alla vista
specchi incrinati dove si intravedevano volti di pietra
che parevano parlare. Vedo un rivolo sul marciapiede che raccoglie
quel che i rami degli alberi e i passanti lasciano cadere:
bottiglie di vetro, pezzi di pane, fogli stropicciati di vecchi giornali.
Ci vedo rifiuti, ciò che intasa le fogne delle case,
vedo un ratto che incerto galleggia e un topo che attraversa.
Le mie scarpe si appesantiscono, si appesantisce il mio cappotto di lana,
nella testa si affollano i pensieri fino a renderla leggera come se la pioggia
le avesse donato due ali per volare.
Per un attimo mi fermo, guardo l’orizzonte. Ho il presentimento
che nel cupo delle nuvole si apra uno squarcio,
che l’aria e le acque si facciano leggere e gli uccelli stiano per cantare.
Per un attimo mi fermo, lo squarcio si allarga, quanti echi risuonano nelle membra.
Si allarga lo squarcio tra le frange di un dio che sorge,
il sole. Quanto gli antichi lo hanno volentieri adorato!
Ora la scena è chiara: accanto a me sono una porta e una casa
e questa città che riempie la vista
ho rilassato il capo, le braccia, poi mi sono chinato.
7.08.2015
Ventagli che invadono la notte
Enormi ventagli invadono la notte, rumore di vento.
Tetti scoperchiati si aprono sulla scena: carovane di lanciarazzi,
neri all’orizzonte, come lava di un vulcano.
Città rivoltata come terra dissodata dalla vanga.
Bara ricoperta da un sudario di catrame
che galleggia come barca di lamiera.
Uno stomaco metallico mi vomita nelle viscere di questo universo
rigettato dalla bocca come segatura,
poi mi ricompone,
ignoro che cosa voglio dire, non ho voglia di conoscerne il senso.
Segatura è la carovana dei miei interrogativi,
rigettata dai denti di una sega al ritmo di lunghi attimi.
Segatura ogni mia gioia sulla sedia preferita nell’osteria preferita
scolpisce la notte dell’interrogativo:
chi sei?
Sono uno che non sa disinnescare
un ordigno esplosivo sotto i passi ignari,
incapace di deviare una pallottola fatale
dalla sua traiettoria nell’attimo dell’assassinio.
Le stelle si spengono sotto i miei passi mentre mi avvio verso le cime delle palme,
cercando tra i rami spinosi, nei suoi nidi, l’uovo dell’impossibile.
Divido il pane con gli uccelli
che si avviano all’esilio, coi pesci che
si avviano alla sorgente, con l’angelo che
si avvia con passi incerti.
Vedo creature con vesti su cui germoglia la vite e mani ricolme di calici,
le odo cantare all’alba,
magari l’alba col loro canto aprisse una finestra sull’aldilà.
Le vedo sedurre il vento con le ali, senza volare.
Risiedono, come d’abitudine,
nel passo incerto.
Meteoriti che vanno verso l’estinzione,
nido su un albero, giace abbandonato nel cuore di un ramo spoglio.
Figura di un soldato che si staglia come spaventapasseri in un campo minato,
stupita nel fango,
e sotto:
un pezzo di carta,
stropicciata con dentro resti di parole,
una pallottola,
una scheggia,
una macchina fotografica.
12.10.2014
Studio della solitudine
Si spoglia sotto la doccia;
si espone con le gocce d’acqua
ai sentimenti delle gocce di solitudine.
L’acqua lo riscalda, ma la solitudine
ruba via il torpore, rabbrividisce,
sta attento che i suoi piedi non scivolino sul fondo della vasca
il suo corpo tocca la tenda di nylon.
Distante il telefono miagola
come un gatto che osserva il suo poeta in silenzio;
silenzio infinito.
Si asciuga il corpo,
lasciando sulla doccia, come gocce d’amore,
gocce la cui eco
risuona col battito del cuore
Il poeta fa cenno alla figura che compare allo specchio:
abiti con me o abiti in me?
La figura allo specchio storce la bocca
scontenta, e se ne va sorridendo.
Questa solitudine
non è propria dell’esilio, del ripudio, o dell’orfanezza
ma è una lettera che ha smarrito il senso
sulla strada del non ritorno.
1.04.2016
Secondo tentativo
Se avesse riacquistato un po’ di salute,
un po’ di anni,
e nella camera da letto, in salotto, rinfrescato i muri,
d’estate piantato fiori nell’angolo del giardino,
se fosse tornato a bere – bastano due bicchieri di pomeriggio –
se avesse ascoltato un suono degno del gusto che trascende il normale appagamento,
e poi lasciato sulle sue labbra il gusto di parole che presto svaniscono!
In sintesi: cambiare pelle, poi uscire di nuovo a cercare!
Chissà se la ricerca della perfezione
è nella vita o nell’arte?
30.03.2016
Il giorno di S. Valentino
Dovrei festeggiare il giorno di S. Valentino
nottetempo? Ne danno
notizia i giornali di oggi; dalla mia finestra ho visto
le staccionate del giardino crollare,
le dannose sterpaglie erbose
mangiarsi tra loro, ho sentito che una scena come questa
è degna dell’occasione.
Poiché somiglia all’ombra di un remoto assente
che si stringe alla mia ombra e svanisce, o all’ala di un uccello
passato sulla mia fronte. Così mi sentivo.
Perciò, su un pezzo di carta, ho scritto
questa mia poesia, che ho dedicato
a colei
che non ho visto.
Credo che il giorno di S. Valentino
giunga a me d’inverno,
attratto dai sospiri della mia solitudine,
li rapisce dai miei polmoni,
li trasforma in fiore
li mette in un bicchiere senza acqua
li abbandona
all’inverno incipiente.
14.02.2016
La bussola dello smarrimento
Ho visto nella mia carrozza spegnersi
la lanterna, e i cavalli soccombere ai venti,
le ruote non fanno più presa sulla neve
e nemmeno la strada smarrita ritrova
di coloro che se ne sono andati un segno o una traccia,
ogni cosa è cancellata dalla forza della pioggia.
Affondo i miei pugni nella notte ma non li vedo
come se avessi strappato il drappo dell’oscurità!
Temo di scendere sulla terra e non possederla,
anche se la calpestassi il mio passo si scioglierebbe libero
come una scala in discesa, non arriverò
come un poeta ebbro
col suo calice
e un fiore appassito nella testa.
Perciò ho obbedito di buon grado e accolto la bussola dello smarrimento
nel mio corpo mentre prepara i suoi passi al viaggio
verso un’estensione più lontana delle sue vesti.
Così gli ho consegnato la mia testa e tutta la merce guasta
che vi è dentro. Ho detto: sei la Kaba’ del luogo,
non cedere, sei il fulcro del tempo.
Nella sua ombra ruvida come la veste di un monaco
ho trovato rifugio, e come lui mi sono messo ad osservare i pianeti
spegnersi, come fossero dei fori
su fredde lamiere. Godetevi, o strade,
l’incertezza dei miei passi mentre cammino senza meta,
e cogliete i suoi frutti inutilmente maturi.
Una volta ho baciato la tua bocca invitante, o vita,
con quella testa mozzata dal coltello che gli assassini tengono in mano,
mi ha fatto orrore innamorarmi di te e perdere la testa,
per proseguire la strada insieme
verso i nostri rifugi. Saliremo come stambecchi, e sulle cime innevate
abiteremo le nostre ombre familiari, saluteremo la nostra morte certa,
la incontreremo, ci prostreremo in preghiera
due farfalle che entrano piano nella fiamma della candela.
12.10.2015
Inediti di Fawzi Karim per gentile concessione dell’autore, traduzione dall’arabo di Fawzi AlDelmi
Fawzi Karim è nato nel 1945 a Baghdad (Iraq) . Durante l’adolescenza frequentando una biblioteca della città vecchia scopre la letteratura occidentale contemporanea. Consegue la laurea in letteratura araba all’Università di Baghdad e inizia a insegnare alle scuole superiori. Sospettato di simpatie comuniste, ne viene allontanato agli inizi del regime di Saddam Hussein. Nei primi anni ’70 si trasferisce a Beirut e il tema dell’esilio diviene un elemento molto radicato nei suoi scritti, che riflettono il contesto sociale dell’epoca, segnato da conflitti e contraddizioni politiche, ideologiche e religiose. F. Karim, pur non militando in partiti politici, patisce le conseguenze della situazione e questo si avverte nelle sue opere. Torna in Iraq, dove rimane fino al 1978. All’uscita del suo libro Alzo le mani per protesta, la sua opposizione a ogni forma di repressione è esplicita, fatto che lo porta di nuovo, definitivamente in esilio, stavolta a Londra, dove attualmente vive. In Italia è disponibile la raccolta I continenti del male uscita per qudulibri nel 2014.
Foto in evidenza di Heather Lewis.
Foto dell’autore a cura di Fawzi Karim.









