LA RESISTENZA È LA MADRE DELLE RIVOLUZIONI
Intervista a Jean Jacques Pierre-Paul
a cura di Lucia Cupertino
LC: Benvenuto Jean Jacques Pierre-Paul, poeta haitiano residente in Cile. È bello averti con noi per condividere coi lettori de La macchina sognante il tuo lavoro letterario e culturale. In Italia non sappiamo molto circa il fenomeno della migrazione haitiana in Cile. Raccontaci di cosa si tratta…
JP: Vorrei innanzitutto ringraziarvi per l’opportunità di essere letto da lettori italiani. Più lingue raggiungiamo, maggiore è il grado d’esposizione di questi temi. Il fenomeno della migrazione haitiana in Cile è emerso di recente, specialmente durante gli ultimi anni della presidenza cilena. Ma l’interesse, l’entusiasmo verso il Cile come terra sognata furono suscitati dall’arrivo dei militari cileni sull’isola. Purtroppo il Cile ha partecipato alla falsa missione di pace. Sono stati adottati bambini haitiani e agli imprenditori e amici cileni sono stati consigliati lavoratori haitiani, in un momento in cui l’offerta di lavoro in Cile per gli immigrati era significativa e attraente. I primi ad arrivare commentavano positivamente la facilità di trovare lavoro, dopo pochi anni la situazione e le condizioni sono cambiate, dal momento che sono entrati in gioco operatori di presunte agenzie di viaggio, truffatori e imprenditori che cercano manodopera a basso costo di migranti vulnerabili.
LC: Che tipo di difficoltà hanno avuto gli haitiani e le haitiane in Cile? Hanno sperimentato xenofobia e razzismo? Tu in prima persona?
JP: Le difficoltà sono molteplici. Molti vivono esperienze negative sin dall’arrivo in aeroporto, dal tassista, o per meglio dire il falso tassista, che porta via loro tutto, financo i documenti, al datore di lavoro che approfitta la barriera linguistica per perpetuare abusi e inganni, dalle difficoltà di regolarizzare la loro presenza, ai falsi contratti di locazione, falsi contratti di lavoro, alle ore di lavoro non retribuite. Sono molti i compatrioti che sono dovuti passare per tutto questo, senza contare i commenti razzisti inferti tutti i giorni dai colleghi che ne approfittano per via della poca conoscenza dello spagnolo e dei cilenismi.
È impossibile essere neri in Cile e non sperimentare xenofobia e razzismo. Bisogna ricordare che stiamo parlando di modelli societari costruiti su fenomeni ed ideologie segreganti, quindi piene zeppe di pregiudizi e sequele di colonizzazione, la quale si fa spazio principalmente attraverso due modalità di dominio: quella brutale (o forzata) e quella silenziosa. Un sistema dominante oppressore o aggressore genera un numero di oppressi che a loro volta cercano di opprimere. Il fenomeno degli oppressi che opprimono altri oppressi è il risultato dell’incapacità di superare le disastrose conseguenze della colonizzazione. E questa è davvero la grande vittoria dell’oppressore.
Anch’io, in un modo o nell’altro, sono stato vittima dei due fenomeni e di questi modi di percepire l’altro. Sono una macchina che sogna, non mi possono fermare le incongruenze degli altri. Ma dobbiamo essere molto cauti nel definire se siamo di fronte a un atto di xenofobia e razzismo. Nella società postcoloniale, la xenofobia come tale non esiste quasi. Quello che vedi in realtà, ogni giorno, è una xenofobia selettiva. Cioè, non tutti gli stranieri ricevono il trattamento dignitoso che ogni essere umano merita. Se vieni da determinati posti, non importa in quali condizioni, sei benvenuto e ti viene offerta l’occasione di risollevarti, mentre ad altre categorie vengono chiuse le porte. Gli europei non danno fastidio, ma altri lo fanno, anche se hanno la stessa necessità, se vivono lo stesso livello di vulnerabilità. La xenofobia selettiva è una forma frequente di razzismo. Dico razzismo perché la selezione si basa su tratti fisici, somatici.
Un paese che ha accolto migliaia di coloni tedeschi dando loro terre, denaro e servi, che ha stipulato nella sua costituzione la necessità della presenza di stranieri di “razza pura” per migliorare la “razza cilena” non è un paese xenofobo. È un paese che ha sete di bianchezza e allo stesso tempo soffre di endofobia. Questo si manifesta nell’eterna crisi di identità che la società sperimenta fino a diventare ambigua.
Ciò porta anche all’idea che il razzismo non sia un semplice pregiudizio, una semplice reazione o un semplice evento storico-culturale. È più complesso di quello che abbiamo imparato. È in fondo un sistema oppressivo o aggressivo. Come ogni sistema oppressivo funziona a favore di alcuni gruppi e a scapito degli altri. Il che significa che produce esseri privilegiati, fanatici e vittime: quello che voglio dire è che il razzismo uccide e allo stesso tempo genera privilegi per altri gruppi, ecco perché è così difficile combatterlo. I beneficiari del razzismo possono esserne consapevoli e reagire difendendolo o denunciandolo, a seconda del livello di sviluppo umano raggiunto. La seconda opzione è meno frequente. È difficile che una persona – che in un sistema razzista ottiene tutto più facilmente, riceve più sostegno, più amore di altri grazie ai suoi aspetti razziali- si manifesti contro questo stesso sistema. Perché la fine di questo sistema implica la fine dei suoi privilegi. Bisogna avere un grado notevole di sviluppo umano per farlo. I privilegiati, i fanatici (devo precisare che un fanatico è una persona infettata da un’ideologia, indipendentemente dall’impatto di questa su sè stesso e sugli altri e che spesso un fanatico è un oppressore oppresso) sono coloro i quali mantengono in piedi un qualsiasi sistema dominante-oppressore. Il privilegiato difende i suoi privilegi e il fanatico la sua ideologia. Nel razzismo c’è quasi sempre l’intenzione di fare del male e dove c’è l’intenzione di fare del male c’è anche la giustificazione del danno (o la necessità di giustificare il danno). Questo è il motivo per cui scoprirai che gli avvocati del sistema (e anche altri lo fanno inconsciamente) spesso usano i risultati del razzismo per spiegare e/o giustificare il razzismo. La chiamerei la ruota della giustificazione. Non smetteranno di cercare manovre giustificative. Bisogna mettere in evidenza che l’invenzione delle razze è stata in primo luogo una strategia giustificativa di quello che definirei il grande complesso militare-industriale-religioso-patriarcale che ci mantiene in uno stato di dominio piuttosto che in uno stato di convivenza. A questo punto della mia vita, mi sento molto dispiaciuto per coloro che manifestano comportamenti razzisti o che non possono interpretare il mondo senza fare affidamento su concetti razziali. Perché il razzismo è un esempio di sottosviluppo umano. Nessun essere umano sviluppato è razzista.
Tutti i neri che vengono in Cile dovrebbero sapere che vengono in un paese che è profondamente e storicamente discriminante. Qualcosa di comprensibile in ogni società postcoloniale del nostro continente. Il postcolonialismo è un colonialismo silenzioso, perché il dominio non finisce mai. Siamo società conquistate, dominate e costruite su tutti i tipi di discriminazione. La mia ambizione è la decolonizzazione totale. Ci provo tutti i giorni. Mi decolonizzerò per essere me stesso e nessuno sarà più nero di me, il mio essere nero supererà i lumi del mondo. Aggiungo che essere un “nero di successo” in un paese razzista non ti protegge dal razzismo. Cambierà solo il tipo di razzismo che sperimenterai. Ciò che ti proteggerà è la capacità di aggrapparti alla bellezza e coltivare la bontà per non lasciarti disumanizzare per nessun motivo.
LC: La resistenza alle dominazioni, i paradossi e le discriminazioni hanno una rilevanza centrale nella tua poesia. Come lavori su questioni sociali in poesia? Che senso ha per te consegnare queste storie alla poesia e ai suoi lettori? JP: Sì, è perché credo che la nostra vita, il nostro viaggio o la nostra presenza in questo universo è una breve istanza di contraddizioni che potremmo imparare a trasformare in luce. Mantengo una relazione costante tra resistenza e bellezza. Credo fermamente nella bellezza di resistere alla disumanizzazione. L’obiettivo principale o la più grande vittoria di qualsiasi sistema di dominazione è trasformare i suoi oppressi in oppressori. Quindi, più un sistema di dominazione è brutale, più la società risultante è disumanizzata. Affinchè sia più esplicito ciò che dico, ricordo che ci sono due forme di dominio: il dominio brutale o forzato, ovvero la schiavitù (le vittime sarebbero chiamate schiavi), il dominio silenzioso, con la schiavizzazione (le vittime sarebbero chiamate schiavizzati). Attualmente nel mondo ci sono più schiavizzati che schiavi. Di fronte al sistema dominante, le modalità di reagire sono generalmente tre: normalizzazione (lo stato di dominato o oppresso viene considerato normale, mediante una normalizzazione subconscia, fino a trasformarsi paradossalmente in una difesa del sistema oppressivo o nocivo), resilienza e resistenza. Il resiliente crede di stare uscendo dagli schemi, tuttavia i suoi risultati generalmente rafforzano il sistema, perché non è altro che un oppresso in grado di continuare a produrre, nonostante tutte le avversità. Ha senso essere resilienti quando il risultato rafforza l’oppresso e indebolisce l’oppressore. Se attualmente si è alla ricerca di resilienti in tutti i compiti, per tutti i tipi di lavoro, è perché la resilienza non costituisce realmente una minaccia per il tuo oppressore. Essere felice nonostante lo sfruttamento fino al collasso, autodistruggendosi in nome dell’autorealizzazione e della crescita. Quando la resilienza rafforza l’oppressione allora si chiama dominazione silenziosa, mentre quando rafforza e arricchisce il soggetto sottomesso si chiama resistenza. La resistenza è la madre delle rivoluzioni. La cosa più importante è resistere. È il modo più efficace per minacciare o indebolire un sistema oppressivo. Resistere all’essere disumanizzati, consumatori compulsivi, ad essere canalizzatori dell’odio, resi idioti…Ecco perché la resistenza ha una base poetica. I miei tentativi di scrivere poesie passano attraverso questo bisogno di resistere. Sono contro la resilienza come una forma di autosfruttamento per una falsa autorealizzazione che alla fine fa stare più tranquillo l’oppressore. Metterò invece la mia resilienza al servizio di una lotta per un mondo antirazzista e antifascista. Perché ho sete di umanità. Sai? Non sarò il poeta di nessuna rivoluzione che non sia antirazzista, antifascista e femminista. Il primo passo verso questa rivoluzione è riconcettualizzare il mondo e la sua bellezza. Chiamerò bellezza tutto ciò che ci protegge dalla morbosa disumanizzazione. Per quanto riguarda i temi più ricorrenti nelle mie poesie, posso dire che non ho scelto questi temi perché sono sociali o meno. Penso che il posto del poeta sia tra i mortali, non in qualche Olimpo, quindi i grandi problemi, problemi o conflitti lo mettono in dubbio. Non possiamo essere indifferenti alla sofferenza altrui. Scrivo quando sorge un bisogno urgente di scrivere, non ho tempo da perdere di fronte a una pagina bianca. Trascorro la maggior parte del mio tempo ad assistere i pazienti al pronto soccorso. Sono un tipo essenzialmente irrequieto, solitario, migrante e fragile, tutto ciò passa in ciò che scriverò.
Siamo storie che danno significato al tempo che trascorre su di noi. L’esistente e l’inesistente sono portatori di storie che ci segnano e ci commuovono. Oltre a scrivere poesie, durante una qualsiasi giornata faccio molte attività, e mi tengo aggiornato circa le vicende del mondo intorno a me, ad esempio essere un medico che cura un paziente in un pronto soccorso per me non significa smettere di essere un poeta. Sempre, quando si è in uno stato di poesia non ci sono argomenti che non possono essere trattati poeticamente. Vedo nella poesia uno stato normale dell’essere, non uno stato speciale, surrealista o scollegato dal resto della vita. Non c’è umanità senza poesia. Sono d’accordo con Nicanor Parra quando dice che tutto ciò che si muove è poesia e la poesia è tutto, meno quello che chiamiamo poesia. L’incapacità di stare fermi, o di sentirci a nostro agio in un mondo che si muove costantemente, ci rende poeti.
LC: Le migrazioni impongono la sfida della ricerca: una nuova vita, una nuova lingua, un’identità nomade… Una sfida di sopravvivenza materiale, che tuttavia può diventare anche una spinta per qualcosa di più profondo. È questa l’erranza che si manifesta in alcune tue poesie? Nel corso della storia umana c’è sempre stata una stretta relazione tra letteratura, poesia e migrazione e questa è stata espressa o spiegata in diversi modi: l’atto di migrare è un fenomeno dinamico quanto l’evento letterario, migrare è come l’atto di morire un po’.
Le dinamiche dell’essere: è impossibile abitare un solo corpo, un solo paese, una sola città o una sola isola. Il che significa che è impossibile non migrare. Migriamo ogni giorno in un modo o nell’altro. Altra cosa è la migrazione poetica che è una migrazione bidirezionale, cioè verso se stessi e allo stesso tempo verso gli altri, per me è una sorta di vagabondaggio minimo. Sono conscio del fatto che la migrazione poetica è una perdita di tempo per la maggioranza, dal momento che non genera reddito materiale, ma mi piace. L’altro modo di interpretare la migrazione nelle letterature è la descrizione della migrazione come atto che crea identità. Non le identità come gabbie, ma come una questione di sopravvivenza.
L’erranza che ricorre nelle mie poesie arriva molto prima di sperimentare la migrazione fisica. Questo è il risultato di imparare a intraprendere viaggi immaginari tipici di un isolano. Quando sei nato su un’isola, la tua immaginazione non si lascia limitare da un oceano immenso o dagli orizzonti onnipresenti. La tua mente sa che oltre c’è un mondo infinito da percorrere e questa è una grande opportunità per imparare a migrare spiritualmente. La migrazione fisica è un atto normale, ma la profonda e intima migrazione mi ha insegnato l’arte dell’erranza, che per me è una profonda migrazione a doppio senso: verso me stesso e allo stesso tempo verso gli altri. In questa oscillazione permanente si sperimenta l’essere umano, la cosa essenziale del viaggio è l’impossibilità di esistere solo. La solitudine desiderata è poetica ma l’isolamento è inumano. L’erranza mi offre la ricerca di questa bellezza, di cui la gente affrettata non parla.
Mi aggrappo alla poesia leggendola e provando a scriverla, perché non capisco la vita e perché non mi sento a mio agio in un mondo così aggressivo e insensibile. Sto cercando qualcosa di meglio che alzarmi e mettermi al servizio dell’effimero ogni giorno. Deve esserci qualcosa di più importante di ciò. Continuo a cercare e la mia ricerca non mi tiene in alcun modo lontano dagli altri. Senza gli altri non esisto. Arrivo a credere che l’inferno è l’assenza dell’altro. Questa povertà dell’essere è così estrema, è così profondo l’inferno che ha creato l’individualismo mediocre, seguendo il quale le persone non si riflettono neppure nel loro specchio.
LC: Riflessioni densissime e sagge, Jean Jacques, un’altra domanda…Sei uno scrittore multilingue: scrivi nelle tue lingue materne, il creolo haitiano e il francese, ma anche in spagnolo, la lingua della migrazione in Cile. Come ricorri ad ognuna di queste lingue per costruire i tuoi progetti letterari?
Le lingue aprono orizzonti, arricchiscono i modi di vedere il mondo. All’inizio scrivevo in creolo e in francese. Il mio soggiorno a Santiago de Cuba, quando studiavo medicina, mi ha permesso di scoprire non solo lo spagnolo, ma anche la grandezza della poesia latinoamericana. Ho iniziato a leggere José Martí e altri grandi classici del continente. Come ho detto prima, l’approccio poetico erratico consente la distruzione del linguaggio che crea confini. Volevo avventurarmi a scrivere poesia in spagnolo, non tradurre ciò che è ho scritto nelle mie due lingue. Quando passo da una lingua all’altra ci sono molte cose che cambiano, anche l’umore. Ci sono libri che scrivo in quella lingua non per un’esistenza territoriale, ma per il bisogno di raggiungere l’anima del discorso: per esempio Delirium I, II e III sono progetti letterari a cui mi sono accostato in francese. Il personaggio di “Delirium” mi porta dritto a rivivere la mia città natale e quindi devo farmi pervadere da miti, leggende, bellezze, punti di forza e di debolezze proprie di una città creativa che utilizza due lingue per esprimersi. Tuttavia i libri “Siete abismos sueltos”(Sette abissi sciolti) e “_Voces de mi voz” _(Voci della mia voce) sono stati scritti direttamente in spagnolo. Il mio grande maestro del laboratorio di poesia di Santiago de Cuba, il poeta Reinaldo García Blanco, mi ha aiutato a capire la sfida di pensare in una lingua non materna e scrivere. Le nuove lingue aggiungono più orizzonti al mio e ciò alimenta quella mia parte irrequieta. La traduzione di “Arte de pájaros” (Arte d’uccelli) di Pablo Neruda in creolo haitiano è stata un’esperienza unica e arricchente. Era come mettere due anime in contatto o in dialogo. LC: La figura della madre nutre la tua poesia… Non c’è libro che abbia scritto finora in cui non ci sia la figura materna. Mia madre è sinonimo di poesia per me. Attraverso i suoi occhi ho imparato la consapevolezza di ciò che significa la bellezza della resistenza. Sono come due isole silenziose che piangono e cantano, in cui si riflette un amore che solo il linguaggio poetico può descrivere. La figura della madre nutre la mia poesia e ogni cellula del mio corpo, ogni istanza del mio essere. Quando ero bambino credevo che mia madre fosse la prima meraviglia del mondo. Ora la riassumo come una scuola di bellezza. **LC: Quali temi, estetiche e tendenze della letteratura haitiana contemporanea ti hanno segnato? ** Per prima cosa bisogna sottolineare che la poesia è un genere molto presente e forte all’interno della vita letteraria haitiana, dove i temi principali della vita sociale, le grandi questioni esistenziali sono fortemente discusse. Anche altri generi come nouvelle, racconto e romanzo hanno il potere dell’immaginazione infinita e la creatività, cosa che ci ha fatto guadagnare uno spazio tra le grandi e più premiate letterature in lingua francese. Gli scrittori haitiani che più mi hanno influenzato e la cui opera ha un peso sul mio modo di percepire l’estetica dell’inquieto sono: Francketienne, Lyonel Trouillot, Rodeney Saint-Eloi e Alain Philoctete che, con un lungo poema chiamato Légende de mon Royaume mi ha fatto scoprire un linguaggio potente che non rispetta il tempo, lo spazio e le identità. Una poesia che ho letto di un fiato e riletto molte volte: non riesco ancora a capire come qualcuno possa avere così tanto potere sul linguaggio. Questo poeta non l’ho mai visto, eppure mi ha insegnato la cosa più importante della poesia scritta. Da allora io credo nell’atto di scrivere come un atto che distrugge confini e linguaggi triti, diventando invece creatore di mondi. Spero di poter raggiungere questa vetta.
LC: Quale contributo sta dando la migrazione haitiana alla realtà cilena, in poesia e in altri ambiti artistici? Ci sono due modi per misurare questi tipi di contributi: a partire dalla realtà quotidiana con micro-contributi a volte impalpabili però presenti e persistenti, fino alla presenza di figure colossali. Tutti i nuovi cileni, quelli che hanno scelto il Cile per vivere, segneranno per sempre la storia del paese. Siamo già parte della società cilena, i nostri contributi si fanno sentire ogni giorno di più. È una questione di tempo e perseveranza. Ci sono poeti molto giovani, che hanno meno di 25 anni, scrivono in spagnolo e già pubblicano, ci sono pittori, una varietà di artisti in altri ambiti. Dobbiamo approfittare ogni opportunità che la società cilena ci offre.
LC: Grazie mille per questo dialogo così ricco di spunti, Jean Jacques. A presto per altri tuoi contributi su La macchina sognante. Presentiamo adesso alcune tue poesie, totalmente inedite in italiano.
REINVENTARE LENTAMENTE IL MONDO
POESIE DI JEAN JACQUES PIERRE-PAUL
traduzione a cura di Lucia Cupertino
Perché nessuno è Johane Florvil?1 Nessuno vuole essere il bersaglio del proprio destino Nessuno vorrebbe Alzarsi ogni giorno Con le cicatrici del mondo sulla fronte Ti hanno uccisa Johane Florvil Ogni giorno Dappertutto Quando ti hanno uccisa in Africa Hanno detto che era per consuetudine Quando ti hanno uccisa negli Stati Uniti Hanno detto che era per autodifesa Quando ti hanno uccisa in Cile Hanno detto che era per l’essere una cattiva madre
La verità è che tutti vincono con la tua morte Pagano a qualcuno per accusarti Pagano ad altri per arrestarti Pagano altri ancora per dare la notizia nei mezzi di dominazione Un gruppetto di indignati cercano Di farti entrare nella memoria collettiva Ma piangere pronunciando il tuo nome è inutile Chiederti scusa neanche Com’è possibile vivere in mezzo a tanta oscurità? Com’è possibile vivere in una città senza poesia Senza specchi, senza abbracci, senza Johane Florvil?
Sono uno dei codardi Che non volevano comprenderti difenderti L’unica cosa che mi viene in mente adesso è piangere E scrivere questa poesia per dirti Che provo molta vergogna D’essere parte di quest’umanità che ti ha uccisa In una città piena di codardi pretenziosi Abbiamo avuto l’opportunità di amarti Abbiamo avuto l’opportunità di farlo Con il tuo sguardo un bel nido di uccelli
(Vivere è la bellezza di esistere)
Non sei riuscita a radunare abbastanza primavere A contare tutte le pietre che ti abbiamo lanciato Non hai avuto tempo per capire il sogno cileno Ti abbiamo uccisa tutti Johane Florvil Per il colore dei tuoi occhi Perché il tuo accento non è inglese, francese né berlinese Ora non sappiamo cosa dire a tua figlia
Ti abbiamo uccisa perché è pericoloso essere Johane Florvil In tempi di elezioni Ma qualcosa sei riuscita ad insegnarci Il tuo breve viaggio ha lasciato una lezione Che sarà presto dimenticata:
L’unica cosa degna d’essere amata in un essere umano È ciò che lo rende diverso dagli altri
Vivere non è urgente Amare sì
¿Porque nadie es Johane Florvil?
Nadie quiere ser el blanco de su propio destino Nadie va a querer Levantarse todos los días Con las cicatrices del mundo en la frente Te mataron Johane Florvil Todos los días En todas partes Cuando te mataron en África Dijeron que era por costumbre Cuando te mataron en Estados Unidos Dijeron que era por autodefensa Cuando te mataron en Chile Dijeron que era por ser una mala madre
Lo cierto es que todos ganan con tu muerte Pagan a algunos para acusarte Pagan a otros para arrestarte Pagan a otros para dar la noticia en los medios de dominación Un grupito de indignados intentan Hacerte entrar en la memoria colectiva Pero llorar diciendo tu nombre no sirve para nada Pedirte perdón tampoco ¿Cómo es posible vivir en medio de tanta oscuridad? ¿Cómo es posible vivir en una ciudad sin poesía Sin espejos, sin abrazos, sin Johane Florvil?
Soy uno de los cobardes Que no querían entenderte defenderte Lo único que se me ocurre ahora es llorar Y escribir este poema para decirte Que siento mucha vergüenza De ser parte de la humanidad que te mató En una ciudad llena de cobardes pretenciosos Teníamos la oportunidad de amarte Teníamos la oportunidad de hacer Con tu mirada un bello nido de pájaros (Vivir es la belleza de existir)
No alcanzaste a coleccionar suficientes primaveras A contar todas las piedras que te hemos lanzado No alcanzaste a entender el sueño chileno Te matamos todos Johane Florvil Por el color de tus ojos Porque tu acento no es inglés, francés ni berlinés Ahora no sabemos qué decir a tu hija Te matamos porque es peligroso ser Johane Florvil En tiempos de elecciones Pero algo pudiste enseñarnos Tu corto viaje dejó una lección Que pronto será olvidada: Lo único digno de amar en un ser humano Es lo que le hace diferente de los demás Vivir no es urgente Amar sí
Donna infinita
La venditrice ambulante cammina ogni giorno la città di tutti i crepuscoli urlando tutta la sua speranza ai più fortunati nella vita
orizzonte selvaggio petto tristemente allegro un fazzoletto rosso si muove intorno alla sua vita per fermare tutte le canicole
con un cesto di precipizi sulle spalle lei insinua l’inevitabile
donna infinita vive pericolosamente cammina perché ha inventato da sola ciascuno dei suoi sogni ciascuno dei suoi passi
nessuna foresta nativa parla più di lei che vuole reinventare lentamente il mondo in ciascuno dei suoi passi ma incapace di abbracciare l’intero crepuscolo parla come un silenzio canticchia il canto ferito delle promesse
(le donne infinite si prendono troppo tempo per piangere)
la mia contadina cammina da sola tra gli occhi del sole e il resto della vita ha imparato a lasciare una distanza tra la pioggia e le cose periture la sua voce frammentata rimane la voce dell’oblio e si trasforma nella stessa origine della sua libertà
lei balla da sola di fronte all’autunno perché è sempre stata sogno senza data di scadenza parla da sola come una canzone relegata in un paese di folli senza follia oh donna ambulante fammi vedere i tuoi occhi solitari donna-isola fammi toccare le tue mani plurali ho scritto la tua ferita sulla mia pelle ho raccontato tutta la tua bontà agli uomini e alle loro ombre
ho scritto il tuo nome su tutti i muri della città vado tutti i giorni a vedere se il tempo e la pioggia ti hanno ingannato davvero
donna infinita domani andrò a cercare il mio paese fino alla fine del tuo silenzio e ti amerò fino a quando il mio sangue e la mia stella si trasformeranno in una canzone dubbia fino a quando le mie follie svaniranno nel tuo fiume
se trovi una donna infinita nella grande via delle resistenze se consideri che il suo sguardo è indistruttibile
se la sua fronte splende più dell’oro nascosto del mondo sappi che è mia madre
oh madre mia capisco la tua sete di giustizia non piangere più capisco la tua sfiducia nel visibile
meglio se gioisci perché grazie ai ripetuti colpi della vita tuo figlio è diventato un poeta
rallegrati madre tuo figlio è diventato un poeta
Mujer infinita
La vendedora ambulante recorre todos los días la ciudad de todos los crepúsculos gritando toda su esperanza a los afortunados de la vida
horizonte salvaje pecho tristemente alegre un pañuelo rojo se desliza alrededor de su cintura para detener todas la canículas con un canasto de precipicios sobre los hombros ella embosca lo inevitable mujer infinita vive peligrosamente camina porque ha inventado sola cada uno de sus sueños cada uno de sus pasos
ningún bosque nativo habla más que ella quiere reinventar lentamente el mundo en cada uno de sus pasos pero incapaz de abrazar el crepúsculo entero habla como un silencio canturrea el canto herido de las promesas
(las mujeres infinitas toman demasiado tiempo para llorar)
mi campesina camina sola entre los ojos de sol y el resto de la vida aprendió a dejar una distancia entre la lluvia y las cosas perecibles su voz fragmentada sigue siendo la voz del olvido y se transforma en el origen mismo de su libertad ella baila sola frente al otoño porque siempre ha sido sueño sin fecha de vencimiento habla sola como una canción relegada en un país de locos sin locura oh mujer ambulante déjame ver tus ojos solitarios mujer-isla déjame tocar tus manos plurales he escrito tu herida sobre mi piel dije toda tu bondad a los hombres y sus sombras
he escrito tu nombre sobre todos los muros de la ciudad voy todos los días a ver si el tiempo y la lluvia realmente te engañaron
mujer infinita mañana iré a buscar mi país hasta el final de tu silencio y te amaré hasta que mi sangre y mi estrella se transformen en una canción dudosa hasta que mis locuras se desvanezcan en tu río
si encuentras a una mujer infinita en la gran ruta de las resistencias si consideras que su mirada es indestructible si su frente brilla más que el oro escondido del mundo sepas que es mi madre
oh madre mía entiendo tu sed de justicia no llores más entiendo tu desconfianza en lo visible
alégrate mejor porque gracias a los golpes repetidos de la vida tu hijo se volvió poeta
alégrate madre tu hijo se volvió poeta
Versi per l’oblio o lo stupido bisogno di scrivere
Sono stato un uccello So molto bene dove vivono gli umani Ti ho regalato i miei occhi pieni di parole erranti Ero un fiume inconsolabile Ho imparato a parlare da solo e a ballare senza musica Prima o poi un uccello si trasforma in luce
Un poeta che piange è un fiume che canta
i miei migliori maestri di poesia sono stati gli occhi di mia madre
mia madre dava un nome ad ogni foglia d’autunno fino a diventare la più grande delle scuole di bellezza
la prima funzione dell’amore è umanizzare questo lo seppi perché mia madre era una scuola di bellezza
dove sono nato le pietre sanguinano ci sono occhi stanchi che brillano ci sono vecchi collezionisti di baci che ballano ogni notte nel nome dell’oblio
non sono nato per essere un poeta sono il figlio dei più vecchi rumori del mondo tra le gambe del sole in questi campi di inni invertiti che chiamate di solito resistenza lì sono nato
andrò il più lontano possibile non contano più i limiti del dolore nel mio universo l’unica cosa eterna è la bellezza qualcuno dice che la bellezza è approdare coscientemente sulla riva di un fiume sconosciuto senza discuterne la profondità in ciò hanno ragione
la bellezza è anche avere sete sete di umanità sete di libertà sete di diversità
trovarsi non è altro che perdersi l’unico merito d’essere qui è aver imparato i segni della fine del mondo
la mia salvezza è la capacità di inventare sogni sì signori la mia umanità è una fabbrica di sogni una fabbrica di sogni niente di più
il deserto è qui tra le labbra del tempo geloso di se stesso e la discesa dei miei uccelli rinati grazie al primo salto ho imparato a memoria l’uscita di tutte le cose primordiali l’abisso è dove c’è luce
le primavere non mentono mai ho anche imparato l’irreversibile intimità della detonazione tutte le cadute sono irreversibili tutte le nudità sono un tentativo di nascere l’invenzione della bellezza o il tentativo esasperato di salvarsi parlare è perdere la ragione tacere è mentire
non so conquistare non ho conquistato nulla nella mia vita non ho passi persi in ogni posto in cui sono lascio un pezzo di cuore che non ricerco mai più sono un essere migrante irrequieto e fragile camminare è anche un modo di esistere
credo ancora che l’amore sia più urgente del vivere
posso essere felice senza sapere cosa sia la felicità (me lo insegna il bambino che salta ancora nella mia anima)
una poesia è sempre il residuo di qualcosa sono il residuo della poesia che non può essere scritta il palinsesto del mio stesso esilio le frontiere che mi fanno camminare sono un’immagine mentale non sono nato per essere un poeta mi dispiace signori non sono nato per essere un poeta
parlerò attraverso gli abissi parlerò dalle primavere inestinguibili sulla sponda delle notti ho trovato una voce che non apparteneva a nessuno
cerco la mia alba in fondo alla grande oscurità in ogni angolo della mia esistenza ci sono fiumi che sembrano i tuoi occhi
ho inventato così tante isole impossibili che ormai non so chi sono dietro di me ho radunato così tante assenze che la mia bellezza non è altro che un tradimento a tutte le ristrette realtà
giunto a questo punto posso confessare che la mia bellezza è un tradimento a tutte le patrie.
Versos para el olvido o la estúpida necesidad de escribir
Fui pájaro Sé muy bien donde habitan los humanos Te regalé mis ojos llenos de palabras errantes Fui río inconsolable Aprendí a hablar solo y bailar sin música Un pájaro tarde o temprano se transforma en luz
Un poeta que llora es un rio que canta
mis mejores maestros de poesía fueron los ojos de mi madre mi madre nombraba cada hoja del otoño hasta transformarse en el más grande de las escuelas de belleza la primera función del amor es humanizar eso lo supe porque mi madre era una escuela de belleza
donde nací las piedras sangran hay ojos cansados que brillan hay viejos coleccionistas de besos que bailan todas las noches en el nombre del olvido
no nací para ser poeta soy el hijo de los ruidos más viejos del mundo entre las piernas del sol en estos campos de himnos invertidos que suelen ustedes llamar resistencia allí nací yo me alejaré lo más posible ya no importan los límites del dolor en mi universo lo único eterno es la belleza alguien dice que belleza es acostarse conscientemente en la orilla de un rio desconocido sin cuestionar la profundidad en eso tiene razón belleza es también tener sed sed de humanidad sed de libertad sed de diversidad encontrarse no es nada más que perderse el único mérito de estar aquí es haber aprendido los signos de fines de mundo mi salvación es la capacidad de inventar sueños si señores mi humanidad es una fábrica de sueños una fábrica de sueños nada más el desierto está aquí entre los labios del tiempo celoso de sí mismo y el descenso de mis pájaros renacidos gracias al primer salto aprendí de memoria la salida de todas las cosas primordiales abismo es donde hay luz las primaveras nunca mienten aprendí también la irreversible intimidad del estallido todas las caídas son irreversibles todas las desnudeces son un intento de nacer la invención de la belleza o el exasperado intento de salvarse hablar es perder la razón callar es mentir no sé conquistar no he conquistado nada en mi vida no tengo pasos perdidos en cada lugar donde estoy dejo un pedazo de corazón que nunca vuelvo a buscar soy un ser migrante inquieto y frágil caminar es también una forma de existir sigo creyendo que amar es más urgente que vivir
puedo ser feliz sin saber que es la felicidad (me lo enseña el niño que todavía salta en mi alma)
un poema siempre es el residuo de algo soy el residuo del poema que no se puede escribir el palimpsesto de mi propio exilio las fronteras que me hacen caminar son una imagen mental no nací para ser poeta lo siento señores no nací para ser poeta hablaré por los abismos hablaré desde por las primaveras inextinguibles al margen de las noches encontré una voz que no pertenecía a nadie busco mi alba en el fondo de la gran oscuridad en cada rincón de mi existencia hay ríos que se parecen a tus ojos he inventado tantas islas imposibles que ya no sé quién soy detrás de mí he coleccionado tantas ausencias que mi belleza no es más que una traición a todas las realidades estrechas hasta aquí puedo confesar que mi belleza es una traición a todas las patrias.
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JEAN JACQUES PIERRE-PAUL, medico chirurgo e poeta haitiano. Nato a Jacmel nell’aprile del 1979, una città nel sud-est di Haiti, nominata Città Creativa dall’Unesco per il suo artigianato e le arti popolari, il suo Centro Storico è patrimonio nazionale. Jacmel è anche la prima città dei Caraibi ad avere avuto elettricità, per questo è nota come la Ville Lumière. Jean Jacques ha iniziato la sua avventura poetica sui banchi del Liceo Pinchinat fondato nel 1860, e non ha smesso di scrivere fino ad oggi a Las Cruces, Cile, dove vive da 10 anni. Scrive e pubblica in spagnolo e francese. Traduce e illustra i suoi libri con suoi dipinti e incisioni. Ha pubblicato Miroir en Pierres Lisibles (Haiti, 2007), Islas del futuro (2010),Delirium (2013), Fleurs d’existence (2014), Voces de mi voz (2015), Siete abismos sueltos y un hombre caminando (2017), Te escribo para dejar de morir (2017) e la sua traduzione in creolo di _Arte de Pájaros _di Pablo Neruda, di prossima pubblicazione. Le opere di Pierre-Paul appaiono in varie riviste del paese e del continente. Come illustratore e traduttore ha presentato il suo lavoro nelle diverse lingue a sua disposizione e illustra le edizioni con i suoi dipinti e incisioni. La sua presenza in Cile vuole gettare nuova luce sui temi della migrazione e dello scambio interculturale.
Foto dell’autore e lavori pittorici pubblicati nell’articolo, a cura di Jean Jacques Pierre-Paul.
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1 Johane Florvil è una giovane donna haitiana che il 30 agosto 2017 si recò con la sua bambina presso il Dipartimento di Prevenzione e Promozione della Comunità del comune di Lo Prado (Cile) per chiedere aiuto perché il suo coniuge era stato aggredito. Poiché non parlava spagnolo, la giovane madre uscì alla ricerca di un traduttore, ma al ritorno fu accusata dalle autorità di abbandono di minore. La stessa notte della sua detenzione, Johane ebbe forti complicazioni di salute e fu ricoverata in ospedale, dove è morta un mese dopo. Questo sollevò polemiche perché la stampa cilena difendeva la tesi dell’abbandono, concentrandosi sullo status di migrante della donna. Il 5° Tribunale Civile di Santiago, con una sentenza successiva alla data di stesura di questa poesia, ha deciso di accettare parzialmente la richiesta di discriminazione presentata dalla famiglia di Johane Florvil contro il comune di Lo Prado e procedere con una multa salata e l’obbligo per i funzionari comunali allaformazione in attenzione agli stranieri (NdT).








